mercoledì 25 gennaio 2017

LA CONQUISTA DELLA TERRA (di Marta Cappa)

Una navicella si avvicinava verso la Terra, poco prima di atterrare gli alieni, senza una forma ben precisa, sembravano elettricità pura, si sparsero per tutte le città. Loro avrebbero dovuto aiutarci a cacciare altri alieni. Ormai era da 2 anni che gli umani combattevano per respingere gli alieni, ma stavano avanzando: Oceania e parte dell'Asia (Cina, Giappone...) erano conquistate e stavano avanzando verso l'Europa.
La maggior parte della popolazione era concentrata in Africa e in America, molti cercavano rifugio in isole sperdute altri nei deserti, foreste, montagne, paesini...ma tanto ci avrebbero presi lo stesso.
Invece questo popolo alieno ci doveva aiutare: il patto era che se ci aiutavano un quarto della Terra diventava loro.



<< L'ARRIVO DEI SALVATORI?>>
Tutti i telegiornali, giornali...come prima pagina avevano questa domanda: se gli alieni ci stanno distruggendo perché altri alieni ci avrebbero aiutato?
Di sicuro avremmo vinto perché in confronto agli avversari, loro erano tecnologicamente più avanzati.
Tra pochi giorni la Terra sarebbe stata “libera”. Paesi distrutti, milioni di morti, soldati dispersi... dopo pochi giorni la Terra venne invasa da quegli esseri senza una forma, quelli che dovevano aiutarci. Rinchiusi sotto terra in celle, senza speranza di uscire perché quando ci aiutavano ci avevano studiati, trovati i nostri punti deboli e le nostre forze.
E' impossibile sconfiggerli, hanno provato in tutti i modi a riconquistare la Terra.


La loro tecnologia supera chiunque e poi adesso che tutto il popolo terrestre è rinchiuso in celle non si può costruire, progettare, pianificare più niente.
Un popolo indigeno dell'Africa aveva provato a liberarci, erano riusciti a liberare migliaia di persone dalle celle, sono riusciti a uscire fuori all'aria aperta e vedere la luce del sole solo per qualche secondo perché poi vennero uccisi all'istante, tutti.
Non ci ha più provato nessuno per paura di morire, ma se tutto il popolo terrestre riesce ad uscire forse c'è una speranza, anche gli umani hanno combattuto insieme a loro, sanno i punti di forza e i punti deboli: è difficile trovarli ma ce li hanno anche loro.

Quindi adesso non ci resta che morire qua o combattere tutti insieme senza pietà, per una cosa sola: LA CONQUISTA DELLA TERRA. 

martedì 24 gennaio 2017

L'emigrazione italiana (di Cinzia Amparore)

Molti italiani decidevano di partire verso l'America perché speravano in una vita e in un futuro, anche per le generazioni successive, migliore. Per partire bisognava aver messo da parte qualche risparmio perché bisognava possedere un passaporto. Quando i cittadini andavano a fare il passaporto si sentivano, per la prima volta, veri cittadini italiani di fronte allo stato. Partivano soprattutto i contadini perché volevano scappare dalla povertà. Queste emigrazioni avvenivano soprattutto nel sud Italia.


Il viaggio avveniva in condizioni pessime, durava circa due settimane e c'era il rischio di incontrare una tempesta. Quando c'erano le tempeste la nave veniva scossa violentemente e quindi i bambini, in prevalenza ma non solo, venivano schiacciati e per loro il viaggio finiva lì. Durante la notte uomini e donne erano divisi, invece durante la giornata stavano tutti insieme.
All'arrivo dell'ora dello sbarco le persone si ammucchiavano. Non sbarcavano a New York, ma sbarcavano su Ellis Island dove avvenivano dei controlli fisici e psicologici. Non passavano gli anziani e gli analfabeti perché gli americani non volevano che il loro stato diventasse uno stato di stupidi. Le persone che non venivano accettate tornavano indietro.


Molte ragazze partivano per sposare un ricco americano che però non avevano mai visto, infatti molte donne rimanevano deluse.
Finalmente arrivavano a New York, lì i quartieri erano divisi per regioni perché così facendo le persone riuscivano a capirsi essendo che parlavano tutti un dialetto che cambiava per ogni paese. Vivevano in case vecchie e mal ridotte, ma soprattutto mancava l'igiene. Gli italiani erano abituati a vivere con gli animali in casa e portarono questa usanza in America. Gli americani vedendo questo fatto li soprannominarono "selvaggi".


In America iniziano a lavorare, per la prima volta, le donne. Il primo lavoro che facevano era produrre fiocchi di carta come centro tavola, in seguito iniziarono a lavorare in fabbrica nel settore della tessitura, i proprietari le chiudevano dentro per assicurarsi che non facessero pause. Un giorno, però, scoppiò un incendio ed essendo che non avevano via d'uscita queste povere donne non riuscirono a sopravvivere, questo fatto si ricorda ancora oggi con la festa delle donne.



Gli uomini invece lavoravano quasi come schiavi. I lavori che facevano erano molto pericolosi, per esempio lavoravano nelle miniere, costruivano grattacieli e ferrovie oppure strade e metropolitane. Gli italiani lavoravano senza alcuna misura di sicurezza e quindi un'alta percentuale di persone moriva per incidenti di lavoro. Le persone che erano partite da sole e avevano lasciato il resto della famiglia in Italia, mentre erano in America mandavano delle rimesse alle famiglie. Le rimesse erano soldi che mandavano dall'America all'Italia per mantenere la propria famiglia anche a distanza.
Appena arrivati gli italiani avevano paura di mandare i propri figli a scuola perché c'era il timore di perdere il proprio dialetto. A scuola bisognava studiare l'inglese, ma gli italiani mischiarono l'italiano con l'americano e così nacque il dialetto italo-americano. Nasce in America la Mano Nera che era una mafia di italiani ricchi che rubava le poche ricchezze che avevano gli italiani poveri. Gli italiani erano discriminati dagli americani per due motivi: uno era che si diceva che gli italiani giravano sempre con un coltello in tasca, l'altra era che vivevano con gli animali. Alcuni italiani però decidevano poi di ritornare in Italia e questi erano più della metà di quelli che erano partiti.


Riguardo a questo argomento abbiamo visto un film "Nuovomondo", questo film parla del viaggio e dei problemi che le persone dovevano affrontare prima di arrivare a New York. Nello specifico questo film parla di una famiglia che parte per l'America. Racconta che questa famiglia lascia tutto e parte, ma arrivata ad Ellis Island non tutti i componenti della famiglia riescono a superare i test.
Adesso ci lamentiamo che arrivano tanti emigrati nel nostro continente, però studiando questo argomento possiamo capire che magari anche gli americani non erano contenti di riceverci, però ci hanno accolti e quindi anche noi dobbiamo fare lo stesso.

Cinzia Amparore  

sabato 21 gennaio 2017

L'emigrazione italiana (di Andreea Sarmasan)

L’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo avvenne fra il 1800 e il 1900 da parte di contadini poveri provenienti soprattutto dal sud Italia.
La causa principale era la miseria e la povertà.
L’emigrare era un gesto di libertà e di rivolta, un’opportunità per una nuova vita.
Al momento della partenza occorrevano soldi e passaporto. Al ritiro del passaporto, solo allora, i contadini si accorsero di essere italiani.
Le condizioni del viaggio non erano delle migliori, infatti, viaggiavano nella stiva ammassati.


La notte gli uomini e le donne erano divisi, ma di giorno stavano tutti assieme sul ponte.
Si mangiava e le donne potevano socializzare fra loro, invece gli uomini si annoiavano un po’ non avendo nulla da fare.
La gente aveva il terrore delle tempeste perché essendo stipati all’inverosimile nelle stive c’era il pericolo di morire calpestati.
L’arrivo era ad Ellis Island, un’isoletta vicino a New York.


In quest’isola avveniva un’accurata selezione delle persone e non passavano vecchi, malati, e bambini non accompagnati.
I matrimoni combinati consistevano nello sposare una giovane ragazza emigrata con un uomo che era già in America. I due non si conoscevano, avevano solo visto una foto del promesso sposo o della promessa sposa.
A New York solo fra il 1900 e il 1910 ci furono milioni di emigrati italiani.
Vivevano in quartieri con gente dello stesso paese perché conoscevano solo il loro dialetto e non l’italiano.
I palazzi in cui si stabilivano erano vecchi e nonostante fossero piccoli ci abitavano tante persone assieme agli animali.
Gli italiani svolgevano i lavori più umili come lavorare nelle miniere, come sterratori, costruttori di grattacieli, di ferrovie e metropolitane.
Venivano pagati pochissimo, a volte anche meno del costo del cibo e si dovevano indebitare per poter vivere.
Trovavano lavoro attraverso le locandine e nonostante la misera paga non se ne potevano andare perché firmavano contratti di un anno.
Le condizioni di lavoro erano pessime e non c’erano nemmeno condizioni di sicurezza, infatti, molti operai morivano.


Per la prima volta le donne furono emancipate e cominciarono a lavorare; prima svolgevano dei piccoli lavori come i fiori di carta, successivamente cominciarono a lavorare anche in fabbrica.
Un tragico evento viene ricordato con la festa delle donne.
Quando esse lavoravano i proprietari della fabbrica le chiudevano, nella stanza, a chiave. Un giorno scoppiò un incendio e nessuno si ricordò di aprire quella porta. Tutte le donne che erano presenti in quella camera morirono, o per il fuoco o perché, sperando di salvarsi, si buttarono giù dalla finestra.
Il lavoro permise agli italiani di imparare finalmente l’italiano o meglio un italo-americano.
Chi aveva la famiglia in Italia, ma lui era in America, mandava dei soldi per poterla aiutare: le RIMESSE.


La paura degli italiani era che: se mandavano i figli a scuola essi non erano più italiani imparando l’inglese e le loro abitudini. Successivamente, però, si convinsero e cominciarono a mandare i figli a scuola.
La Mano Nera era un’organizzazione simile alla mafia formata da italiani che andavo a colpire, sempre italiani, ma benestanti con negozi. Li minacciavano chiedendogli dei soldi e se il debito non veniva pagato facevano saltare in aria il negozio.
La discriminazione era molto accentuata da parte degli americani, perché definivano gli italiani dei semi-selvaggi perché vivevano con gli animali, erano cattolici, non sapevano l’inglese e giravano sempre con il coltello in tasca.
Tornarono in Italia più della metà degli emigrati e portarono con loro l’dea che l’America è speranza.

Andreea Sarmasan

mercoledì 18 gennaio 2017

L'emigrazione italiana (di Alessia Raso)

Quest’anno come argomento di storia abbiamo studiato l’emigrazione degli italiani in America. Ecco cosa abbiamo imparato.
Dopo la riunificazione italiana agli inizi del ‘900 molti italiani si trasferirono in America. Questo spostamento principalmente riguardava i contadini e in generale i più poveri che per lo più provenivano dal sud Italia. Questa gente partiva alla ricerca di un futuro migliore e di più libertà.
Spesso il momento in cui si ritirava il passaporto era il primo contatto con lo Stato italiano, in cui si capiva di farne parte. Per partire serviva il biglietto che costava molto caro e per acquistarlo i contadini erano disposti a vendere tutto ciò che avevano, dal bestiame alla mobilia ai vestiti.
Quando era tutto pronto si poteva finalmente partire; il viaggio durava all’incirca 15/20 giorni e aveva i suoi alti e bassi.


I contadini viaggiavano in terza classe ma stavano comunque abbastanza bene: da mangiare ce n’era sempre e per chi era povero era una novità, non dovevano lavorare e perciò passavano il tempo in ozio come se fossero ad una festa, suonavano, parlavano e cantavano. C’erano però anche i lati negativi: la notte era difficile, gli uomini erano divisi dalle donne ed erano tutti ammassati nelle stive in condizioni malsane. Inoltre, quando c’erano tempeste e la nave era instabile molti rimanevano schiacciati sul fondo della stiva dalle altre persone.
Per chi si dirigeva a New York lo sbarco era a Ellis Island, un’isoletta al largo della costa dove venivano smistati perché non tutti potevano restare; si facevano visite mediche che spesso erano rifiutate dagli italiani non abituati a questo genere di trattamenti. Oltre a questo dovevano subire dei test di intelligenza che per dei contadini analfabeti erano molto difficili da superare. Erano fatti perché si pensava che la stupidità fosse ereditaria e gli americani non volevano che gli Stati Uniti fossero popolati da “stupidi”. Così alla fine di questi test chi non li aveva superati veniva rispedito in Italia.

Chi restava invece iniziava ad accorgersi che la vita lì non era bella e facile come si pensava.
Arrivati a New York gli emigrati venivano collocati in quartieri abitati da persone della stessa nazionalità e spesso della stessa regione. Le case erano alti palazzi e al suo interno c’erano molti appartamenti abitati da molti famiglie insieme, le condizioni sanitarie erano terribili e spesso ci si ammalava, anche perché spesso in casa tenevano galline o maiali o altri animali da cortile e anche per questo venivano considerati strani e selvaggi.


I lavori che venivano praticati dagli italiani erano umili, precari e poco retribuiti, agli inizi alcuni erano mendicanti e artisti di strada, poi iniziarono a fare i muratori, i minatori, gli operai e a costruire ferrovie. Dovevano lavorare molte più ore rispetto agli americani ed erano pagati meno, così gli operai italiani iniziarono a fare gli scioperi e a protestare.
Gli italiani spesso avevano lasciato le famiglie in Italia e per questo mandavano parte dei loro guadagni in Italia. In quegli anni la vita delle donne italiane cambiò, esse infatti iniziarono a lavorare prima in casa e poi in fabbrica, principalmente lavoravano in laboratori tessili o facevano fiori finti; questi anche se erano lavori umili favorirono la loro emancipazione e la loro importanza nella società perché uscivano più spesso e avevano un loro stipendio.


La vita all’interno della comunità italiana si fece ancora più insidiosa a causa di un’organizzazione mafiosa: la Mano Nera. I delinquenti che ne facevano parte andavano dai bottegai e dai commercianti che avevano fatto più fortuna e li ricattavano minacciandoli di morte, se non si pagava il pizzo. Questo era un altro motivo per gli americani di non fidarsi degli italiani.
Un altro problema era la lingua, gli italiani infatti si rifiutavano di imparare l’inglese e continuavano a parlare il dialetto. Tra gli italiani si era però creata una lingua di passaggio: l’italo-americano, le parole inglesi venivano “italianizzate”, ad esempio fruitstand diventava “fruttostando”. Questa lingua faceva sentire gli italo-americani italiani veri e uniti.
Gli italiani erano oggetto di razzismo da parte degli americani, venivano infatti considerati strani per le loro abitudini ma anche bestie, si pensava che fossero assassini e spesso venivano accusati ingiustamente.


Qualcosa che invece aiutò l’integrazione delle giovani generazioni fu la scuola: i genitori dopo le prime titubanze accettarono di mandare a scuola i bambini che imparando l’inglese iniziarono davvero a far parte del popolo americano.
Dopo circa vent’anni più o meno la metà degli italo-americani tornò in Italia, alcuni con un bel gruzzolo da parte; erano cambiati però, perché in quell’ occasione si erano sentiti veri italiani.