sabato 28 gennaio 2017
venerdì 27 gennaio 2017
mercoledì 25 gennaio 2017
LA CONQUISTA DELLA TERRA (di Marta Cappa)
Una
navicella si avvicinava verso la Terra, poco prima di atterrare gli
alieni, senza una forma ben precisa, sembravano elettricità pura, si
sparsero per tutte le città. Loro avrebbero dovuto aiutarci a
cacciare altri alieni. Ormai era da 2 anni che gli umani combattevano
per respingere gli alieni, ma stavano avanzando: Oceania e parte
dell'Asia (Cina, Giappone...) erano conquistate e stavano avanzando
verso l'Europa.
La maggior
parte della popolazione era concentrata in Africa e in America, molti
cercavano rifugio in isole sperdute altri nei deserti, foreste,
montagne, paesini...ma tanto ci avrebbero presi lo stesso.
Invece
questo popolo alieno ci doveva aiutare: il patto era che se ci
aiutavano un quarto della Terra diventava loro.
<< L'ARRIVO DEI
SALVATORI?>>
Tutti i
telegiornali, giornali...come prima pagina avevano questa domanda: se
gli alieni ci stanno distruggendo perché altri alieni ci avrebbero
aiutato?
Di sicuro
avremmo vinto perché in confronto agli avversari, loro erano
tecnologicamente più avanzati.
Tra pochi
giorni la Terra sarebbe stata “libera”. Paesi distrutti, milioni
di morti, soldati dispersi... dopo pochi giorni la Terra venne invasa
da quegli esseri senza una forma, quelli che dovevano aiutarci.
Rinchiusi sotto terra in celle, senza speranza di uscire perché
quando ci aiutavano ci avevano studiati, trovati i nostri punti
deboli e le nostre forze.
E'
impossibile sconfiggerli, hanno provato in tutti i modi a
riconquistare la Terra.
La loro
tecnologia supera chiunque e poi adesso che tutto il popolo terrestre
è rinchiuso in celle non si può costruire, progettare, pianificare
più niente.
Un popolo
indigeno dell'Africa aveva provato a liberarci, erano riusciti a
liberare migliaia di persone dalle celle, sono riusciti a uscire
fuori all'aria aperta e vedere la luce del sole solo per qualche
secondo perché poi vennero uccisi all'istante, tutti.
Non ci ha
più provato nessuno per paura di morire, ma se tutto il popolo
terrestre riesce ad uscire forse c'è una speranza, anche gli umani
hanno combattuto insieme a loro, sanno i punti di forza e i punti
deboli: è difficile trovarli ma ce li hanno anche loro.
Quindi
adesso non ci resta che morire qua o combattere tutti insieme senza
pietà, per una cosa sola: LA CONQUISTA DELLA TERRA.
martedì 24 gennaio 2017
L'emigrazione italiana (di Cinzia Amparore)
Molti italiani decidevano di partire verso l'America perché speravano in
una vita e in un futuro, anche per le generazioni successive, migliore. Per
partire bisognava aver messo da parte qualche risparmio perché bisognava
possedere un passaporto. Quando i cittadini andavano a fare il passaporto si
sentivano, per la prima volta, veri cittadini italiani di fronte allo stato.
Partivano soprattutto i contadini perché volevano scappare dalla povertà.
Queste emigrazioni avvenivano soprattutto nel sud Italia.
Il viaggio avveniva in condizioni pessime, durava circa due settimane e
c'era il rischio di incontrare una tempesta. Quando c'erano le tempeste la nave
veniva scossa violentemente e quindi i bambini, in prevalenza ma non solo,
venivano schiacciati e per loro il viaggio finiva lì. Durante la notte uomini e
donne erano divisi, invece durante la giornata stavano tutti insieme.
All'arrivo dell'ora dello sbarco le persone si ammucchiavano. Non
sbarcavano a New York, ma sbarcavano su Ellis Island dove avvenivano dei
controlli fisici e psicologici. Non passavano gli anziani e gli analfabeti
perché gli americani non volevano che il loro stato diventasse uno stato di stupidi.
Le persone che non venivano accettate tornavano indietro.
Molte ragazze partivano per sposare un ricco americano che però non
avevano mai visto, infatti molte donne rimanevano deluse.
Finalmente arrivavano a New York, lì i quartieri erano divisi per regioni
perché così facendo le persone riuscivano a capirsi essendo che parlavano tutti
un dialetto che cambiava per ogni paese. Vivevano in case vecchie e mal
ridotte, ma soprattutto mancava l'igiene. Gli italiani erano abituati a vivere
con gli animali in casa e portarono questa usanza in America. Gli americani
vedendo questo fatto li soprannominarono "selvaggi".
In America iniziano a lavorare, per la prima volta, le donne. Il primo
lavoro che facevano era produrre fiocchi di carta come centro tavola, in seguito
iniziarono a lavorare in fabbrica nel settore della tessitura, i proprietari le
chiudevano dentro per assicurarsi che non facessero pause. Un giorno, però,
scoppiò un incendio ed essendo che non avevano via d'uscita queste povere donne
non riuscirono a sopravvivere, questo fatto si ricorda ancora oggi con la festa
delle donne.
Gli uomini invece lavoravano quasi come schiavi. I lavori che facevano
erano molto pericolosi, per esempio lavoravano nelle miniere, costruivano
grattacieli e ferrovie oppure strade e metropolitane. Gli italiani lavoravano
senza alcuna misura di sicurezza e quindi un'alta percentuale di persone moriva
per incidenti di lavoro. Le persone che erano partite da sole e avevano
lasciato il resto della famiglia in Italia, mentre erano in America mandavano
delle rimesse alle famiglie. Le rimesse erano soldi che mandavano dall'America
all'Italia per mantenere la propria famiglia anche a distanza.
Appena arrivati gli italiani avevano paura di mandare i propri figli a
scuola perché c'era il timore di perdere il proprio dialetto. A scuola
bisognava studiare l'inglese, ma gli italiani mischiarono l'italiano con
l'americano e così nacque il dialetto italo-americano. Nasce in America la Mano
Nera che era una mafia di italiani ricchi che rubava le poche ricchezze che
avevano gli italiani poveri. Gli italiani erano discriminati dagli americani
per due motivi: uno era che si diceva che gli italiani giravano sempre con un
coltello in tasca, l'altra era che vivevano con gli animali. Alcuni italiani però
decidevano poi di ritornare in Italia e questi erano più della metà di quelli
che erano partiti.
Riguardo a questo argomento abbiamo visto un film "Nuovomondo",
questo film parla del viaggio e dei problemi che le persone dovevano affrontare
prima di arrivare a New York. Nello specifico questo film parla di una famiglia
che parte per l'America. Racconta che questa famiglia lascia tutto e parte, ma
arrivata ad Ellis Island non tutti i componenti della famiglia riescono a
superare i test.
Adesso ci lamentiamo che arrivano tanti emigrati nel nostro continente,
però studiando questo argomento possiamo capire che magari anche gli americani
non erano contenti di riceverci, però ci hanno accolti e quindi anche noi
dobbiamo fare lo stesso.
Cinzia Amparore
sabato 21 gennaio 2017
L'emigrazione italiana (di Andreea Sarmasan)
L’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo avvenne fra il
1800 e il 1900 da parte di contadini poveri provenienti soprattutto dal sud
Italia.
La causa principale era la miseria e la povertà.
L’emigrare era un gesto di libertà e di rivolta, un’opportunità
per una nuova vita.
Al momento della partenza occorrevano soldi e passaporto. Al
ritiro del passaporto, solo allora, i contadini si accorsero di essere
italiani.
Le condizioni del viaggio non erano delle migliori, infatti,
viaggiavano nella stiva ammassati.
La notte gli uomini e le donne erano divisi, ma di giorno
stavano tutti assieme sul ponte.
Si mangiava e le donne potevano socializzare fra loro, invece
gli uomini si annoiavano un po’ non avendo nulla da fare.
La gente aveva il terrore delle tempeste perché essendo
stipati all’inverosimile nelle stive c’era il pericolo di morire calpestati.
L’arrivo era ad Ellis Island, un’isoletta vicino a New York.
In quest’isola avveniva un’accurata selezione delle persone e
non passavano vecchi, malati, e bambini non accompagnati.
I matrimoni combinati consistevano nello sposare una giovane
ragazza emigrata con un uomo che era già in America. I due non si conoscevano,
avevano solo visto una foto del promesso sposo o della promessa sposa.
A New York solo fra il 1900 e il 1910 ci furono milioni di
emigrati italiani.
Vivevano in quartieri con gente dello stesso paese perché
conoscevano solo il loro dialetto e non l’italiano.
I palazzi in cui si stabilivano erano vecchi e nonostante
fossero piccoli ci abitavano tante persone assieme agli animali.
Gli italiani svolgevano i lavori più umili come lavorare
nelle miniere, come sterratori, costruttori di grattacieli, di ferrovie e
metropolitane.
Venivano pagati pochissimo, a volte anche meno del costo del
cibo e si dovevano indebitare per poter vivere.
Trovavano lavoro attraverso le locandine e nonostante la
misera paga non se ne potevano andare perché firmavano contratti di un anno.
Le condizioni di lavoro erano pessime e non c’erano nemmeno
condizioni di sicurezza, infatti, molti operai morivano.
Per la prima volta le donne furono emancipate e cominciarono
a lavorare; prima svolgevano dei piccoli lavori come i fiori di carta,
successivamente cominciarono a lavorare anche in fabbrica.
Un tragico evento viene ricordato con la festa delle donne.
Quando esse lavoravano i proprietari della fabbrica le
chiudevano, nella stanza, a chiave. Un giorno scoppiò un incendio e nessuno si
ricordò di aprire quella porta. Tutte le donne che erano presenti in quella
camera morirono, o per il fuoco o perché, sperando di salvarsi, si buttarono
giù dalla finestra.
Il lavoro permise agli italiani di imparare finalmente l’italiano
o meglio un italo-americano.
Chi aveva la famiglia in Italia, ma lui era in America,
mandava dei soldi per poterla aiutare: le RIMESSE.
La paura degli italiani era che: se mandavano i figli a
scuola essi non erano più italiani imparando l’inglese e le loro abitudini.
Successivamente, però, si convinsero e cominciarono a mandare i figli a scuola.
La Mano Nera era un’organizzazione simile alla mafia formata
da italiani che andavo a colpire, sempre italiani, ma benestanti con negozi. Li
minacciavano chiedendogli dei soldi e se il debito non veniva pagato facevano
saltare in aria il negozio.
La discriminazione era molto accentuata da parte degli
americani, perché definivano gli italiani dei semi-selvaggi perché vivevano con
gli animali, erano cattolici, non sapevano l’inglese e giravano sempre con il
coltello in tasca.
Tornarono in Italia più della metà degli emigrati e portarono
con loro l’dea che l’America è speranza.
Andreea Sarmasan
mercoledì 18 gennaio 2017
L'emigrazione italiana (di Alessia Raso)
Quest’anno come argomento di storia abbiamo studiato
l’emigrazione degli italiani in America. Ecco cosa abbiamo imparato.
Dopo la riunificazione italiana agli inizi del ‘900 molti
italiani si trasferirono in America. Questo spostamento principalmente
riguardava i contadini e in generale i più poveri che per lo più provenivano
dal sud Italia. Questa gente partiva alla ricerca di un futuro migliore e di
più libertà.
Spesso il momento in cui si ritirava il passaporto era il
primo contatto con lo Stato italiano, in cui si capiva di farne parte. Per
partire serviva il biglietto che costava molto caro e per acquistarlo i
contadini erano disposti a vendere tutto ciò che avevano, dal bestiame alla
mobilia ai vestiti.
Quando era tutto pronto si poteva finalmente partire; il
viaggio durava all’incirca 15/20 giorni e aveva i suoi alti e bassi.
I contadini viaggiavano in terza classe ma stavano comunque
abbastanza bene: da mangiare ce n’era sempre e per chi era povero era una
novità, non dovevano lavorare e perciò passavano il tempo in ozio come se
fossero ad una festa, suonavano, parlavano e cantavano. C’erano però anche i
lati negativi: la notte era difficile, gli uomini erano divisi dalle donne ed
erano tutti ammassati nelle stive in condizioni malsane. Inoltre, quando
c’erano tempeste e la nave era instabile molti rimanevano schiacciati sul fondo
della stiva dalle altre persone.
Per chi si dirigeva a New York lo sbarco era a Ellis Island,
un’isoletta al largo della costa dove venivano smistati perché non tutti
potevano restare; si facevano visite mediche che spesso erano rifiutate dagli
italiani non abituati a questo genere di trattamenti. Oltre a questo dovevano
subire dei test di intelligenza che per dei contadini analfabeti erano molto
difficili da superare. Erano fatti perché si pensava che la stupidità fosse
ereditaria e gli americani non volevano che gli Stati Uniti fossero popolati da
“stupidi”. Così alla fine di questi test chi non li aveva superati veniva
rispedito in Italia.
Chi restava invece iniziava ad accorgersi che la vita lì non
era bella e facile come si pensava.
Arrivati a New York gli emigrati venivano collocati in
quartieri abitati da persone della stessa nazionalità e spesso della stessa
regione. Le case erano alti palazzi e al suo interno c’erano molti appartamenti
abitati da molti famiglie insieme, le condizioni sanitarie erano terribili e
spesso ci si ammalava, anche perché spesso in casa tenevano galline o maiali o
altri animali da cortile e anche per questo venivano considerati strani e
selvaggi.
I lavori che venivano praticati dagli italiani erano umili,
precari e poco retribuiti, agli inizi alcuni erano mendicanti e artisti di
strada, poi iniziarono a fare i muratori, i minatori, gli operai e a costruire
ferrovie. Dovevano lavorare molte più ore rispetto agli americani ed erano
pagati meno, così gli operai italiani iniziarono a fare gli scioperi e a
protestare.
Gli italiani spesso avevano lasciato le famiglie in Italia e
per questo mandavano parte dei loro guadagni in Italia. In quegli anni la vita
delle donne italiane cambiò, esse infatti iniziarono a lavorare prima in casa e
poi in fabbrica, principalmente lavoravano in laboratori tessili o facevano
fiori finti; questi anche se erano lavori umili favorirono la loro emancipazione
e la loro importanza nella società perché uscivano più spesso e avevano un loro
stipendio.
La vita all’interno della comunità italiana si fece ancora
più insidiosa a causa di un’organizzazione mafiosa: la Mano Nera. I delinquenti
che ne facevano parte andavano dai bottegai e dai commercianti che avevano
fatto più fortuna e li ricattavano minacciandoli di morte, se non si pagava il
pizzo. Questo era un altro motivo per gli americani di non fidarsi degli
italiani.
Un altro problema era la lingua, gli italiani infatti si
rifiutavano di imparare l’inglese e continuavano a parlare il dialetto. Tra gli
italiani si era però creata una lingua di passaggio: l’italo-americano, le
parole inglesi venivano “italianizzate”, ad esempio fruitstand diventava “fruttostando”. Questa lingua faceva sentire
gli italo-americani italiani veri e uniti.
Gli italiani erano oggetto di razzismo da parte degli
americani, venivano infatti considerati strani per le loro abitudini ma anche
bestie, si pensava che fossero assassini e spesso venivano accusati
ingiustamente.
Qualcosa che invece aiutò l’integrazione delle giovani
generazioni fu la scuola: i genitori dopo le prime titubanze accettarono di
mandare a scuola i bambini che imparando l’inglese iniziarono davvero a far
parte del popolo americano.
Dopo circa vent’anni più o meno la metà degli
italo-americani tornò in Italia, alcuni con un bel gruzzolo da parte; erano
cambiati però, perché in quell’ occasione si erano sentiti veri italiani.
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